Showing posts with label quattro quaderni. Show all posts
Showing posts with label quattro quaderni. Show all posts

Monday, February 11, 2013

6 - v2 / giuliano mesa. 1996


fa paura la lingua quando fa
tutti quegli schiocchi o si attorce
(si sloga come per sé, sola, e invece
cosparge di richiami, di vecchie ossa gialle,
giovani vagine, gengive gonfie d’alcool)
la mente – come la chiamano –
teme di assordarsi, che la sfondi
un timpano percosso così forte –
morte, oh tu che poni mente a noi
dacché noi siamo” –
(e via! anche un fiato di vaniglia,
lo scroto rattrappito e quello enfiato,
le mammelle delle maestrine,
delle cugine, delle nonnine stanche) –
tutto si fa così, poi, non è vero?
a scappa e fuggi, a perdisenso,
in lembi di tempo rugginosi,
soprattutto, infine,
dopo che molto pulsa sempre meno.
mentre la lingua
fa tutti i suoi rumori strani –
shrapnel crachat – i suoi
stordimenti, i suoi fuochi
e ghiacci
e tutto senza mai guarire,
pensa, non si guarisce mai


12 febbraio 1996. per Amelia Rosselli


[da Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998, Zona, Lavagna 2000, poi Poesie 1973-2008, La camera verde, Roma 2010]

Tuesday, August 14, 2012

perché non tace? (due voci, per memoria)


Non facciamo dunque alcun conto, né che mi muova, né che non mi muova, è più prudente, dato che la cosa non ha importanza, e passiamo a cose che ne hanno. Quali? Questa voce che parla, pur sapendosi menzognera, indifferente a quel che dice, forse troppo vecchia e troppo umiliata per poter mai dire finalmente le parole che la facciano cessare, che si sa inutile, e inutilmente inutile, che non si ascolta, attenta al silenzio che rompe, dal quale forse un giorno le ritornerà il lungo limpido sospiro d’avvento e d’addio, è una di esse? Non porrò più domande, non ne conosco più. Essa esce da me, mi riempie, grida contro i miei muri, non è la mia, non posso fermarla, non posso impedirle di straziarmi, di scuotermi, di assediarmi. Non è la mia, io non ne ho, non ho voce e devo parlare, è tutto quello che so, è intorno a questo punto che bisogna parlare, con questa voce che non è la mia, ma che può essere solo la mia, perché ci sono solo io, o, se ci sono altri, oltre a me, ai quali questa voce potrebbe appartenere, essi non giungono fino a me, non ne dirò più, non sarò più chiaro. Forse mi osservano da lontano, non ci vedo alcun inconveniente, dal momento che non li vedo, come un volto in un braciere, che sanno destinato a sfarsi, ma la cosa va troppo per le lunghe, si fa tardi, gli occhi si chiudono, domani bisogna svegliarsi presto. Sono dunque io che parlo, da solo, non potendo fare altrimenti. No, io sono muto. A proposito, se tacessi? Cosa mi accadrebbe? Peggio di quello che m’accade? Ma sono ancora domande. Ecco un tratto tipico. Non conosco domande e me ne escono dalla bocca tutti i momenti. Credo di sapere di che si tratti. È perché il discorso non si fermi, questo discorso inutile del quale non mi si tien conto, che non s’avvicina d’una sillaba al silenzio. Ma sono sull’avviso, non darò più risposte, non farò più finta di cercare. Forse sarò costretto, per non restare a secco, a inventare ancora qualche scena fiabesca, con teste, tronchi, braccia, gambe e tutto quel che segue, scagliati attraverso l’immutabile alternativa dell’ombra imperfetta e della dubbia luminosità, come già mi è occorso. Ma ho buone speranze di no. Ma ho sempre questa risorsa.

[Samuel Beckett, da L'Innominabile, in Id., Trilogia, a c. di A. Tagliaferri, Einaudi, Torino 1996]


* * *


luci luci...
come riluce
ciò che ha una luce, dentro,
che si spegne

splende perché accalora

perché non tace?
perché se tace dice
“va bene, tutto questo buio – 
dopo sarà soltanto un po’ più scuro"

[Giuliano Mesa, da Quattro quaderni, in Id., Poesie 1973-2008, La Camera Verde, Roma 2010]